Lo stato della competitività della filiera olivicola italiana

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competitività olivicola
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È un quadro dai tratti non sempre chiari quello dell’olivicoltura italiana, dove l’innovazione tecnologica e le nuove tecniche agronomiche spesso si scontrano con le difficoltà commerciali e strutturali del settore. Ne parla ISMEA in un report dedicato che abbiamo analizzato.

Le variabili del settore olivicolo italiano e la situazione competitiva

Nel report ISMEA sull’analisi della redditività e dei fattori determinanti nella filiera olivicola, pubblicato a dicembre 2020, emerge come sia necessaria una grande attenzione alle diverse fasi della filiera al fine di orientarsi sempre più alla qualità delle produzioni per aumentare la competitività.

Sono quattro le variabili macroeconomiche caratterizzanti il settore olivicolo italiano sulle quali poter intervenire: la produzione, variabile a causa del clima, il consumo nazionale che è superiore alla produzione e per il 40% avviene tramite la GDO, le importazioni per rifornire la distribuzione italiana ed estera e le esportazioni.

La dieta mediterranea, di cui l’olio di oliva ne è un fondamento, è il fattore determinante della costante del consumo mondiale. Questa potrebbe diventare la principale leva per promuovere a livello internazionale l’olio di oliva in termini salutistici, visto che ad oggi rappresenta soli il 4-5% dei consumi mondiali di grassi. La Grecia occupa il primo posto per il consumo pro capite seguita dalla Spagna e dall’Italia e più in là dal Portogallo e dalla Siria.

La penisola italiana subisce la concorrenza dei prodotti iberici principalmente quelli di massa, come l’olio lampante, indicatore di riferimento del mercato mondiale, mentre si distacca dalle sue dinamiche di mercato per l’extravergine d’oliva di qualità. L’Italia presenta una variabilità del prezzo medio dell’extravergine in funzione dei volumi prodotti, mentre la Grecia e la Tunisia seguono l’andamento spagnolo. L’obiettivo principale della filiera è proprio quello di mantenere un prezzo adeguato che sia anche remunerativo, tenendo ovviamente ben presenti i costi.

La Puglia: com’è andata nella regione che produce la metà dell’olio italiano

olivo Puglia

In Sicilia, Puglia e Calabria si concentrano il 55% delle aziende e il 65% della superficie olivetata. Solo nelle ultime due sono presenti quelle pari a 30 ettari o più. Dunque, la produzione di olio di oliva si concentra nelle regioni del Meridione, lo stivale della penisola italiana da solo rappresenta oltre il 51% del totale: la provincia di Bari e la BAT sono la culla della produzione olivicola e olearia. Nel 2020 in Puglia sono state prodotte 121.161 tonnellate di olio d’oliva (stima dati AGEA).

Principalmente nel nord della regione stanno lavorando per ristrutturare gli oliveti al fine di incentivare la produzione e ridurre i costi unitari, dal momento che la Spagna riesce ad avere costi produttivi più bassi per il suo territorio più esteso e più semplice orograficamente. La qualità del prodotto italiano viene comunque riconosciuta e premiata dal mercato, nonostante le ampie oscillazioni di prezzo.

Ci sono due olivicolture caratterizzanti molti territori italiani: una più professionale, rivolta al mercato e un’altra rivolta alla vendita diretta o all’autoconsumo. Infatti, il 35% delle imprese, molte in Puglia, si limita alla raccolta e alla vendita delle olive senza seguire la fase di trasformazione.

A livello regionale il margine operativo lordo, MOL, più alto l’ha raggiunto proprio dall’olivicoltura pugliese seguito da quello siciliano e calabrese. Questa grande redditività della Puglia è dovuta al ricorso all’irrigazione che permette rese più elevate, a un aumento di processi di meccanizzazione per la raccolta che semplifica le economie di scala e all’orientamento verso la produzione di olive che consente un risparmio sui costi di molitura.

Il modello produttivo delle aziende pugliesi diventa un modello di riferimento

In particolare quello delle aziende nel nord della regione, nell’areale di Andria, che raggiungono rese elevate, contenendo i costi variabili dando vita a un’olivicoltura molto dinamica orientata all’integrazione di filiera e all’estensione degli oliveti, come quelli spagnoli.

La riforma attuata dalla PAC, con interventi sull’intera filiera, dagli oliveti alla trasformazione e successiva commercializzazione, seguendo sempre il filone della qualità e della sostenibilità, potrebbe essere la svolta per l’innovazione del settore olivicolo che ha bisogno di una visione strategica per potersi affermare sempre più all’interno del panorama internazionale.

Questa riqualificazione della filiera olivicola-olearia si spera possa far diventare l’olio d’oliva un prodotto culturale in grado di comunicare le caratteristiche del territorio italiano, amplificando il valore del Made in Italy in tutto il mondo.